domenica 31 ottobre 2010

Non solo le foglie morte sono pericolose

Ci vuol pazienza.
Non solo con i disastri che ci piombano fra capo e collo.
Non solo con le persone che abbiam vicino o che non abbiamo vicino.
Non solo con il tran tran che ci tocca in sorte.
No, ci vuol pazienza anche con i nostri gusti.
Perchè una delle poche giuoie che vivo nella stagione in corso è la possibilità di degustare il melograno.
Ma.
L'impresa implica:
- ricordarsi di non invitare nessuno a pranzo o a cena,
- ricordarsi di togliersi anelli orologi occhiali,
- ricordarsi di non indossare maglieria bianca o beige o qualsiasi colore eccezion fatta per il nero,
- ricordarsi di soffiar il naso, se raffreddati,
altrimenti :
- bisognerà prodigarsi in mille acrobazie per evitar schizzi inevitabili, per impedir a tali schizzi di direzionarsi sul volto o sulla camicia dei commensali,
- bisognerà lavar accuratamente tutti i ninnoli indossati dalle patacche rubine,
- bisognerà imboscar in lavatrice qualsiasi capo indossato, con la prece che esca del medesimo colore originario e non di un roseè demodè,
- bisognerà catapultarsi sniffando rumorosamente, sul più vicino lembo di morbido tessuto, imbrattando qualsiasi persona cosa animale si trovi sul nostro cammino.
Perchè una simile delizia debba essere funestata da un cerimoniale e conseguenze implacabili è la conferma che i momenti migliori che si vivono son sempre conclusione o presagio di immani catastrofi.

venerdì 29 ottobre 2010

E prendiamolo con filosofia, giacchè lo si deve prendere.

Ci son sensazioni che ti assalgono subito. Non appena un gesto, una parola, uno sguardo ti vengono rivolti, tu senti che ha inizio un dramma, un disastro, un cataclisma.
E allora che si fa? Lo si lascia decantare, si lascia in una feritoia fra le sinapsi, si fischietta indifferenti. Si sa mai che si abbia toppato in pieno. Che quel brivido di timore in erba era una fallace intuizione, che quel presagio di nefandezza imminente fosse solo frutto di una digestione laboriosa.
Eppure il peso resta, si espande, bussa alla coscienza chiedendo udienza, enumerando le proprie argomentazioni, smontando alibi dubbi e dicerie.
Il problema c'è, esiste, va affrontato.
E sia. Affrontiamolo.
Martedì il boss ti rifila da riscrivere uno statuto lungo ventisette (ventisette) pagine? Sì. Il dossier (appuntamento coi clienti fissato per venerdì 29 alle ore 19.30) è zeppo di appunti scritti di proprio pugno da boss e figliolo (aka ErMutanda, chè quando predica lui ti crollan le mutande pur indossandovi sopra un paio di pantaloni di ghisa, talmente egli è pedante)? Sì.
Tu fai finta di non vedere il lampeggiante rosso nel tuo cervellino, batti tutte le ventisette pagine (d'altronde sei brava a battere, direbbe Codaliscia, l'Uomo Zelig della Valle).
Mercoledì (beh, ok saper battere, ma con il dovuto tempo) porti la pratica ad ErMutanda che con finezza ti rimbalza fuori dalla porta al grido di "Non Ne So Niente, Non Ne Voglio Saper Niente, Arrangiatevi!".
Vai dal boss che ti liscia il manto arruffato, ti seppellisce sotto moine salamelecchi ringraziamenti falsi come solo lui sa.
E quindi? Quindi t'attacchi, torni in cella, guardi sconsolata il monitor, poi fuori dalla finestra, poi il lampeggiante rosso che flasha nella tua testa, poi sospiri, poggi le mani sulla tastiera e via. Inventi.
Giovedì passi inosservata ai più, appoggi il plico infame sulla scrivania del boss.
Venerdì, mossa dal panico pre-meteorite precipitante sulla tua nuca, nonchè per prevenire inconvenienti dell'ultimo minuto, appena arriva il boss, lo blocchi e chiedi: "Scusi, maaa, stasera gradisce che mi fermi per l'appuntamento?" - "Ma noooo, tranquilla Charlie, incastro ErMutanda davanti ad i clienti, non potrà scamparla!".
Sarà.
Dopo pranzo, digestione sistemata, ti riproponi al boss: "Scuuusi, ma è certo certissimo che non mi devo fermare stasera?" - "T'ho detto di no! Ci penso io a quello là!".
Sarà.
Dopo un paio d'ore, arriva. Il boss. "Charlie cara, per cortesia, mia adorata, mi stamperesti l'atto, lo statuto, il preventivo?" - "Quindi mi fermo?" - "Nooo!"
Sarà.
Fatto tutto, sistemato tutto, ricontrollato tutto, porto la pratica. "Ecco Charlie, già che c'è qui anche Kermit...perchè non vi fermate stasera? Giusto per verificare chi interviene, per farli accomodare, perchè sapete com'è quell'altro là".
Sarà.
Arrivano sette brianzolotti, sette sciurotti belli simpatici e gagliardi, prendiam dati, impiliamo incartamenti vari, facciam passare la truppa caciarosa nella Gran Cella.
"Charlie...diresti ad ErMutanda di tenersi pronto per correggere eventualmente il testo?"
(grandissimo furbastro d'un boss! eccolo il puzzo di tragedia, eccolo il mio momento fatale, ecco il mio addio alle scene: rifilarmi di incastrare tuo figlio al posto tuo! grandissimo malefico boss!)
"Senta, boss, mi fermo io, va là".

giovedì 28 ottobre 2010

Tu chiamale, se vuoi, soddisfazioni.

Alle 17,30, un lampo a ciuel sereno.
Alle 18,00, un grande evento.
Tutta la Valle unita, in un sol corpo, grandemente compatti, fortemente motivati, cooperanti attivamente.
Noi si doveva stampare, impaginare, pinzettare, fascicolare, il bollettino bimensile per le venti compagne di viaggio del boss.

mercoledì 27 ottobre 2010

La sete vien mangiando.

Oggi mi ero preparata il minestrone. Col farro.
Oggi con Kermit sono andata a mangiare al bar. Paninozzo con prosciutto crudo, zucchine e salsa cocktail.
Come non darmi ragione?
Eravamo lì, sedute nel nostro solito angolino, proprio di fronte alla televisione, proprio con visuale piena del locale, proprio gomito a gomito col boss.
Eravamo lì, e non stavamo spettegolando sui presenti, e non stavamo sacramentando sui colleghi, e non stavamo confrontandoci sui grandi misteri della vita.
No.
Ci stavamo lambiccando le meningi. Cercando di ricordare la parola usata dallo scrittore di cui Kermit ha già letto, e io sto leggendo, il bellissimo libro (qui a latere per i particolari), per descrivere un davanzale. Parapetto? Bordo? Balzello? Orpociufolo! Non era davanzale, oh no no no! era una parola più specifica, più appropriata, davvero perfetta per rappresentare la scena.
Nel mentre, sullo schermo (a volume zero, chè altrimenti che divertimento c'è?) parte uno degli speciali dopo il TG2. Si vedono immagini di posti stupendi, boschi color smeraldo, golfi di mare blu, vette innevate, grotte scavate in strapiombi dorati. Insomma, ci siamo incantate, lambiccando ulteriormente le nostre povere facoltà intellettive nel tentar di capire che posto fosse.
E, niente. Ci hanno interrotte. 
La moglie dal barista ci ha gentilmente invitato a levar le tende per far più coperti (per la verità eravamo già in procinto di andarcene, essendo cinque minuti prima dell'ora del rientro in Valle). Il barista ci ha fatto pagare, sussurrandoci che per ringraziarci ci offre un giro di birrette una sera di questa (per la verità, ho evitato di dire che eravamo già in procinto di andarcene).
Ebbene, stasera - pazzesco! - mi son ricordata di dover appurare cosa non ricordavo.
Ma prima ancora ho cercato il dossier. Potenza della tecnologia.
E sono i geoparchi sotto la tutela Unesco. In Italia sono 7 (nel sito ne cita 5, mancano i due novelli: nel Cilento e in Toscana - perchè non l'ho solo trovato il video, l'ho visto e pure ascoltato).
E, sì vabbè, era davanzale.

martedì 26 ottobre 2010

Na, na, na, na, na, na...mi è sembrato di sentire un rumore, rumore. Poesie d'altri tempi.

Ci son lavori che onestamente aborro fare. E che slealmente rifilo senza troppi scrupoli al malcapitato di turno. E son quei lavoretti che una volta rifilati son rifliati a vita. Come il tuo suora! o Prinz! di quando si era fanciullini, smanacciando il più ciondolone del gruppo (che noi ci si divertiva con poco. E poi di Prinz mica ne vedo più in giro, verdi poi!)
In questo caso Medicina33. In questo caso la perfidia mi si ritorce puntualmente contro, essendo ella nella mia medesima cella, per la precisione, dirimpetto a me.
Cosa v'è di più fastidioso di dover cancellare segni di matita da chili e chili di fogli?
Dover poi buttar via gli scarti di gomma dalla scrivania, raspando per secondi minuti ore in ogni millimetro cubo, indossando un anellazzo che Gollum impallidirebbe (più di quanto già esso sia pallido) al sol pensiero. Non contenta, indossa pure quei fantastici bracciali con
ottantadue virgola sei pendagli appesi.
Ora di pomeriggio, però, un altro rumore ha urtato i miei sensi, nonchè confuso la mia già confusa mente.
Il bimbo del cortile di fronte alla Valle ha sgommato con la macchinina elettrica.
Cosa che fa solo d'estate, cosa che urta il fratello maggiore che inizia a bersagliarlo di pallonate, cosa che urta il nonno che si mette ad ululare, cosa che urta il padre che sacramenta dal balcone ai figlioli, cosa che urta le cornacchie sul tetto che flappeggiando se ne involano altrove.
Beate loro.

lunedì 25 ottobre 2010

Il valzer delle cadreghe.

La cella in cui passo buona parte della mia esistenza è un pò la discarica della Valle.
Una macchina da scrivere perde un tasto? E mettiamola lì.
Uno scatolone di programmi informatici del 1998? E mettiamolo lì.
Una tonnellata di buste con l'intestazione recante l'indirizzo del 1987? E mettiamola lì.
Una decina di mouse con attacco per pc già defunti? E mettiamoli lì.
Noi, prigioniere della cella, subiamo sto rimessaggio di ferraglia inutile e mangiapolvere.
Noi, prigioniere della cella, impiliamo la robaccia in un cantuccio.
Poi, quando i nostri stinchi ne hanno abbastanza di bestemmiare ad ogni incespicamento doloroso, prendiamo la monnezza, la mettiamo fuori dalla porta con su un bel cartello. Da buttare.
Lo stesso trattamento si verifica con l'arredo della cella, ma in codesto caso non possiamo appiccicar cartelli di sorta, se non desiderando altresì rimaner a lavorare in piedi o seduti a gambe incrociate per terra. Ma la mia schiena si domanda come potrebbe mai rialzarsi dopo.
Quindi abbiamo scrivanie segnate da incauti taglierini, bordi scheggiati, cassetti traballanti, seggiole di tutti i colori, di tutte le dimensioni, di tutti i comforts.
Vuoi una sedia verde con braccioli con schienale che non sta fermo e ti catapulta dall'altra parte della provincia monza-briantea (tu dimmi come posso aggettivare meglio la provincia in cui risiedo, tu dimmi)? C'è!
Vuoi una seggiola rosso fragola senza braccioli? C'è.
Vuoi una sedia verde a schienale alto ma macchia di bianchetto grande quanto l'Australia su cui poggiare il deretano? C'è.
Vuoi una sedia blu notte sfondata? C'è.
Vuoi una sedia blu notte non sfondata? C'è pure quella.
La prima è di Misery.
La seconda è mia.
Tornata dalla crociera, poggiate le chiappe sulla seggiola mi son resa conto del misfatto.
La subdola le ha invertite.
Messa alle strette ha negato.
Temendo i miei stinchi una dipartita improvvisa e prematura, ho fatto buon viso a cattivo gioco, e ho avvisato Colei Che Scoprì Il Blog Etc. Etc. che mi promise di far venire il tizio che sistema le seggiole. Correva il 23 settembre.
Da allora ad ora, non solo la mia seggiola rimane sfondata, ma Misery ha preso una bella abitudine (per compensare la mancanza di grappa in cella, immagino).
Ella ogni mattina, sola soletta, sposta le varie sedie dalle postazioni, srotellandole a destra e sinistra, stamane addirittura espatriando sul ballatoio. Sembra di essere in un Master Mind tridimensionale. Qualche volta ce ne son 2 rosse, a volte 3 verdi, ogni tanto 1 di ogni colore. Bisogna ingegnarsi a capire quale è sparita e quale è apparsa e da dove.
L'unica che non tocca mai è la mia, sempre sfondata.
Sarà per depistarci.
 

domenica 24 ottobre 2010

Lo scontrino mi contraddice la tradizione. Ad onor di verità.

Il mio ridente paesiello, in quanto tale, festeggia la festa patronale il 4 novembre, giusto quando nell'aria si diffonde profumo di crisantemi marciti.
Tradizione della zona briantea (anche se non ho la più pallida idea di codesta tradizione fin a quali confini si estenda) vuol che si prepari la torta di latte.
Detta anche torta di pane, torta paesana, torta quella-tutta-cioccolato (codesta è la definizione dei profani).
Leggenda vuole che fosse il dolce della povera gente dei tempi che furono.
Costoro prendevano il pentolone, ci mettevano il latte, una manciata di cacao e tutto ciò che avanzava in casa e che non fosse salato.
In famiglia l'addetta è mammina bella, che però ha l'influenza, indi la Charlie si è rimboccata le maniche, e per non rompere le anime in giro, ha cercato nel web una ricetta non troppo complessa.
Ne ha trovate a centinaia, neanche una uguale.
E chi mette il pane lavorato e chi la michetta e chi quello all'olio.
E chi mette i biscotti secchi e chi i paves..vabbè ci siam capiti.
E chi non mette il cacao ma chilate di cioccolato fondente.
E chi non mette le uvette ma i canditi, chi i canditi no e le uvette sì.
E chi ci schiaffa pure le uova e il burro e lo zucchero.
Chi mette tutto in ammollo la sera prima, chi solo il pane, chi frulla tutto, chi niente.
Io, confusa più del solito, persistente nell'intento, sprezzante del pericolo batterico, ho chiesto a mammina.

venerdì 22 ottobre 2010

Pranayama-là!

Si sa che io faccio finta di essere salutista in svariati e fantasiosi modi.
Vado in bicicletta la domenica mattina a bere il cappuccino.
Faccio le scale per salire e poi scendere da casa, anche per scendere e poi salire.
Uso cremerie bagnoschiumerie e ammenicoli sparsi scelti accuratamente in erboristeria.
Niente pasta di grano, ma di kamut (ma i biscotti proprio proprio no!).
Niente zucchero, ma miele.
Niente sapone, ma panetto non sapone.
E la sera, bevo tisanina, di gusti diversi a seconda della stagione, delle condizioni psicofisiche, della rimanenza nella dispensa.
L'ultima acquistata aveva quella spruzzata di cannella che mi appallava la lingua, rovinandomi i sonni (e credo pure i sogni).
Ho tentato di resistere e di finir tutte le bustine.
Ed infatti oggi ho portato la scatoletta con le sette rimanenti in Valle (in Valle non si butta via niente).
Ho dispensato bustine a chiunque, con un sorriso di falso apprezzamento per il gusto del beverone, in realtà era di sollievo per lo smaltimento veloce della zavorra erbaiola.
Nel aprir la scatoletta per poter tritare il cartoncino (riciclo anche la carta, oh sì sì) l'ho scovata.
(a me m'ha fatto tanto ridere,
nella mia stolta ignoranza)

giovedì 21 ottobre 2010

Come al rallentatore.

I soliti sette gradi mattutini, poi, d'improvviso, eccola.
Estate di reflusso.
Venti gradi.
Cielo terso come solo le polveri sottili san rendere.
Sole giallo come solo il sole freddo può fingere d'essere.
E allora vorrai mica, che in pausa pranzo Kermit ed io si vada al supermercato in macchina!
A piedi, coi nostri pantaloni di panno, con i nostri giubbotti, con il nostro entusiasmo.
Tempo qualche minuto ed avevamo allucinazioni di Wyl E. Coyote e Beep Beep che ci facevano il gesto dell'ombrello.
Ma, ecco a distrarci, giusto in dirittura d'arrivo un sms alla mia personcina.
Chiaro come il sole, alle 13, è l'operatore telefonico con qualche iniziativa poco chiara ed altamente poco gratuita.
Ed infatti, mi si annuncia gioiosi che parteciperò all'estrazione di un supermegastratosferico televisore 8004 pollici, se risponderò sì all'sms mi abbonerò a quel servizio fino al 15/4! Oh yeah!
Mentre sproloquiavamo della simpatica fregatura, delle virgole malandrine, delle offerte incautamente accettate che poi ti rimangono appiccicate addosso come cimici in autunno, scendiamo dal marciapiede per entrare nel parcheggio del super.
Kermit, poco avanti, io dietro, testa bassa, a verificare di pigiar il tasto giusto.
Alzo il capino, e vedo lei immobile in mezzo alla strada, braccia leggermente aperte, ed un gippone che decisamente la punta, mica fermo, no, a velocità sostenuta.
In quel momento, ho pensato simultaneamente:
oh! cazzo fa questo?
oh, è così che accadono le tragedie che leggi sui giornali!
oh ma Ker! spostatiii!
oh mastoddeficiente si ferma o no?!
oh vediamo il volto del nostro assassino.
alzo lo sguardo ed eccolo lì, sorridente, sfottente, pirla.
L'Uomo delle Farfalle.
Adorabile, come sempre.

mercoledì 20 ottobre 2010

Ti ricordi del pelìde?

E dire che quando ho fatto il cambio stagionale, qualche mese fà, ero tutta contenta di me stessa.
Ero stata diligente, premurosa, delicata, attenta.
Nel muovermi ho avuto cura di non sfregare contro angoli stipiti taniche d'olio.
Nello star seduta ho compostamente tenuto una postura atta a non urtar gambe di tavoli persone animali.
Nei giorni di pioggia ho accuratamente evitato le pozzanghere, ho monitorato a metri di distanza se qualche automobilista sfrecciasse nella mia direzione felice di potermi inzaccherare, ho retto l'ombrello come si deve, proteggendo tutta la personcina da capo a piedi.
Ed ero tutta lieta del risultato. Mentre toglievo dall'armadio infradito sandaletti e ciabatte, riponevo scarponcini scarpotte scarpette che, davvero incredibile, avevano mantenuto un aspetto più che rispettabile. Quasi quasi nuove, pochi segni, zero patacche, un paio di cuciture allentate o poco più.
Ma esse covavano un alieno.
Tutte e dico tutte e tre le paia che, per ora, ho riutilizzato hanno una voragine interna nella parte posteriore.
Il nemico non era il nefando clima, non era nemmeno l'incauta mobilia sul mio cammino, e manco il sadico guidatore, no, il nemico era il mio tallone.

Sgranocchiando taralli alle olive

in una fredda sera ottobrina (20.10.2010, quanto mi piacciono queste stramberie numeriche, e manco sono maya), inizio ad imbastire il progetto per questa nuova finestrella.
Sì, conoscendomi, mettermi a progettare una casa sarebbe troppo, ed inconcludente, quindi iniziamo dalla finestra.
Finestra aperta sui miei pensieri, sulle miei inquietudini, sulle mie faccende.
Finestra aperta sulle persone, quelle conosciute, quelle amiche, quelle che conoscerò, quelle che vorrei conoscere.
Finestra aperta sui cambiamenti, sulle possibilità, sul dialogo.
Una finestra aperta, dopo averne chiusa (quasi, ho un trasloco in ballo, uff!) una a malincuore. Dopo anni di sfoghi, allegria, simpatie deluse, amori sofferti, passioni sfrenate, e tanti tanti tanti amici.
Ma, la libertà di scegliere i tendaggi, le imposte, le persiane, i vasetti con i gerani, io dico, porcaloca,che la libertà deve rimanere nelle mie manine belle.
E da brava fanciulla, sbatacchio la finestra, giro i tacchi e, nasotto insù, me ne sto andando.